Reportage

Enna,il Venerdì Santo – A.D. 2022

La Processione del Venerdì Santo è l’apice dei riti pasquali ad Enna. Per le vie della città, tutta saliscendi e vicoli tortuosi, sfilano in silenzio circa duemilacinquecento confrati incappucciati, dotati di torce e ceri ad illuminare suggestivamente il percorso. Oltre agli ennesi, moltissimi devoti e turisti arrivano in città per assistere alla grande processione. Non a caso, la Processione del Venerdì Santo di Enna è considerato un evento sacro a richiamo turistico internazionale e la Settimana Santa di Enna è un bene protetto dall’Unesco. I riti sacri vengono avviati dalla celebrazione della “Passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo” che si tiene al Duomo e in tutte le chiese parrocchiali. Essa consiste nella “Liturgia della Parola” che ha il suo culmine nella lettura del brano evangelico della “Passione del Signore” secondo Giovanni. Segue l’Adorazione della Croce. Intorno alle ore 17:00, dalla parte superiore della città, i confrati del SS. Salvatore percorrono in processione le vie fino al Duomo al fine di portarvi il fercolo del Cristo Morto. Salendo verso il Duomo, la Confraternita della Passione porta, secondo un ordine ben preciso lungo le due file, i cosiddetti “Misteri”, ovvero i simboli per fare memoriale della passione di Cristo: la lanterna che condusse i soldati al Getsemani, la spada di cui San Pietro si servì per tagliare l’orecchio di uno dei soldati, un guanto simboleggiante le mani di Ponzio Pilato, la corona di spine posta sul capo di Gesù, i flagelli con i quali venne frustato, il tamburo che scandì l’ascesa al Calvario, il velo con cui la Veronica asciugò il volto insanguinato del Cristo, i chiodi con i quali fu crocifisso, la scritta “INRI” posta sulla sommità della croce, i dadi che furono usati dai soldati romani per tirare a sorte le vesti da contendersi, la lancia con la quale Gesù fu ferito al costato, la scala con la quale fu deposto dalla croce, il calice da cui Gesù bevve nell’ultima cena, la borsa con i trenta denari per i quali Giuda tradì il suo maestro, le funi con cui fu legato, il mantello rosso che lo coprì nel pretorio, una colonna di marmo che ricorda il luogo dove Cristo fu frustato, la canna che gli fu messa tra le mani, la bacinella e la brocca con cui Ponzio Pilato si lavò le mani, la croce che fu caricata sulle spalle di Gesù, il martello che servì per conficcare i chiodi, la tenaglia adoperata per toglierli, la spugna imbevuta di aceto che gli fu data per dissetarsi e il sudario nel quale fu avvolto prima di essere deposto nel sepolcro. Infine, il gallo, vivo, ornato con nastri multicolori, che cantò quando San Pietro rinnegò per tre volte di conoscere Gesù. Intanto, le confraternite arrivano in Duomo, vi entrano e vi defluiscono attraversando la navata centrale, rendendo omaggio al Cristo Morto e uscendo dal portale secondario, in modo da esser già pronti per l’inizio della Processione vera e propria. Terminata l’esposizione del fercolo dell’Addolorata, esso viene portato a spalla dai confrati verso il Duomo, con un ritmo lento e ondulatorio, accentuato dalle marce funebri che sottolineano la tragedia della madre di Gesù che piange suo figlio morto. Il fercolo della Madonna Addolorata viene così posizionato all’interno della Chiesa Madre dove l’attendeva l’urna del Cristo Morto. Alle ore 19:00 circa i fercoli di Gesù e dell’Addolorata, preceduti dalla Spina Santa e seguiti dalla banda musicale, cominciano a muoversi in processione, scendendo lentamente la scalinata della Chiesa Madre sulle note di alcune marce funebri. Vengono poi posti al centro di una Piazza Duomo stracolma al fine di ricevere l’adorazione e le preghiere di una folla silente. Successivamente, la processione scorre lenta attraversando tutte le piazze e le vie protagoniste della vita cittadina fino a raggiungere intorno alle 20:45 il vastissimo piazzale antistante il cimitero comunale. Qui, da un palco appositamente allestito, viene impartita la solenne benedizione. Dopo questa sosta, la processione riprende. Nonostante l’ora tarda, una folla resta a veder rientrare la processione in Duomo. Poi, l’urna del Cristo morto viene riportata nella propria chiesa e il fercolo dell’Addolorata, preceduto da tutte le confraternite, fa ritorno per la via Roma alla Chiesa del Mercato S. Antonio, dove praticamente finisce la Processione del Venerdì Santo ennese.

(Fonte testo: Scheda REI – Regione Sicilia)

[E]holi[e]-day2020

Ti concedi qualche giorno di vacanza ma vorresti anche fotografare senza,però,rinunciare alla…vacanza stessa…allora con tutta spensieratezza ti porti una “toy camera” #Yaschica #Y35  e qualche “rullo” #digifilm200 ed il gioco è fatto !

Saranno sfocate,non esposte correttamente, distorte e perchè no anche composte male ma di contro  mi sono davvero divertito ! #senzapensieri #senzapostproduzione #analogicodigitale #digitaleanalogico.

 

Grazie SanMmastianu Grazie ! A.D. 2020

La festa cade sempre il 20 di Gennaio. Sin dal primo mattino si riuniscono davanti la chiesa di Santa Maria Assunta e per le vie del paese i “nudi”. Loro sono i devoti di San Sebastiano, cioè coloro che hanno fatto voto ad esso. Gli uomini, scalzi, vestono tutti di bianco con un fazzoletto legato al cinto in modo che due punte di esso scendano sul davanti, le donne sempre di bianco vestite portano il fazzoletto in testa e ad esse, come anche ai bambini, è permesso indossare delle calze sempre di colore bianco. Ciò come ricordo e simbolo della nudità di Sebastiano durante i due martiri. Ai nudi soltanto è permesso portare in processione il Santo posto sulla grande vara lignea finemente intagliata e decorata.Al rito religioso in onore di San Sebastiano Martire , partecipa anche il Sindaco di Tortorici con la giunta, continuando una secolare tradizione che prende il nome di Senato. I Giurati nel ‘600, i Senatori nel ‘700 e i Sindaci dal ‘800 in poi (autorità politiche nella Città), preceduti dai mazzieri si recavano in Chiesa consegnando, in segno di omaggio al Santo, le chiavi della Città.Conclusi i riti nella chiesa di Santa Maria Assunta il Santo viene portato in processione per le vie del paese, in primo luogo al fiume Calagni dove avviene la benedizione da parte del parroco. Successivamente si effettua la “questua” per  le vie della città. Alla fine della giornata, il Santo viene portato nella chiesa di S. Nicolò dove resterà sino alla domenica più vicina al 28 Gennaio, l’Ottava, durante la quale verrà di nuovo portato in processione  e sarà  ripresa la questua  in modo da ricoprire l’intera area cittadina. Il Santo viene infine riportato nella chiesa di Santa Maria Assunta dove, prima di rientrare, i nudi, fanno eseguire alla vara 3 giri della piazza con il tipico e suggestivo “balletto”.La festa si considera conclusa il lunedì seguente all’ottava, giorno in cui si svolge la cosiddetta “Missa du Pirdunu”durante la quale si effettua la sostituzione del cotone nel Reliquiario di San Sebastiano e la distribuzione dei frammenti ai fedeli.

 

https://sansebastianotortorici.it/

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Napul’è : una commedia tragica, una tragedia comica, un insieme di sfumature diverse, una pietra preziosa dalle mille sfaccettature.

Le Maddalene – A.D. 2019

Le “Maddalene” di Militello Rosmarino (Me) , donne nubili vestite di nero, con il volto coperto e con in testa una corona di spine, accompagnano in processione la Vergine Addolorata e la croce con il Cristo. Un rito penitenziale, quello che si svolge il Venerdì Santo nella piccola cittadina dei Nebrodi, rimasto immutato nei secoli. Lungo i quartieri del paese, con devota commozione, il simulacro di Gesù Crocifisso viene portato a spalla dai “Giudei” e seguito dalle “Maddalene”, che reggono la croce a mezzo di apposite funi. Il simulacro dell’Addolorata viene invece sorretto  da soli uomini. Le Maddalene, quattro donne nubili vestite di nero, con il volto coperto e con in testa una corona di spine come segno di penitenza, sono rappresentate da donne appartenenti a diverse fasce sociali che, per voto o devozione, reggono a guisa di funi la croce di Gesù Crocifisso. Nessuno conosce i loro nomi né il luogo della loro vestizione. Accompagnano i simulacri stringendo al petto un piccolo crocifisso. I Giudei, otto uomini a capo scoperto che indossano una tunica blu scuro, rappresentano una tradizione dei riti pasquali in diverse località della Sicilia. A Militello Rosmarino portare in spalla il fercolo di Gesù è una carica onorifica che si trasmette per successione primigenia mediante testamento olografo.I giudei si assumono l’onere del trasporto a spalla del simulacro di Gesù Crocifisso e osservano un rigidissimo digiuno che viene interrotto a fine processione ,come da tradizione, nella chiesa del Crocifisso, mangiando un biscotto al lievito e bevendo un bicchiere di vino.

La Dolce Federica

Federica Calà Scaglitta è una bimba di 9 anni, affetta fin dalla nascita da una rara malattia genetica la SMARD1, Atrofia Muscolare Spinale con Distress Respiratorio. Una malattia per la quale non esiste cura. A causa di questa grave patologia invalidante questa bellissima bambina è costretta a vivere una vita in orizzontale, prigioniera del suo gracile corpicino. La SMARD1 è una malattia  causata dalla mancanza di una proteina, che non permette il rigenerarsi delle cellule addette al collegamento Nervo-Muscolo, questo causa la paralisi dell’emidiaframma e poi ha una progressione che parte dagli arti distali (mani e piedi), per  interessare  tutto il corpo. Purtroppo la piccola non ha  forza nei muscoli, non c’è la fa a stare alzata ne’ seduta, a tenere dritta la testa, a poter prendere oggetti con le mani, a muovere i piedi, a deglutire cibi solidi perché rischia il soffocamento, non c’è la fa a respirare da sola ha bisogno di un respiratore meccanico, non ha più lo stimolo della tosse e quindi ha bisogno di una macchina che le stimoli la tosse, non riesce più ad espellere i muchi (per questo usiamo degli apparecchi chiamati aspiratori collegati con dei sondini). Utilizza un bustino che l’aiuta a non piegare del tutto la schiena che curvandosi causa problemi ai polmoni di cui uno è già compromesso. Nonostante tutti i problemi fisici che limitano qualsiasi movimento la Dolce Federica è una bambina solare, intelligentissima, una bambina che ama la vita e che vuole vivere, c’è lo ha dimostrato in diverse occasioni e ogni giorno lotta contro la morte. La Dolce Federica è un dono della natura, una grande maestra di vita, che ogni giorno ci  spinge a vivere la vita intensamente, senza sprecare un singolo istante, lei ama l’arte in tutte le sue forme: ama i colori, la musica, la danza, il canto, la poesia, lo sport. Lei è una grande guerriera che non si arrende mai, perché per lei i limiti, gli ostacoli le barriere non esistono, questa bimba straordinaria lascia il segno in tutti coloro che la conoscono perché ama e fa amare la vita, speriamo di poterla aiutare a vivere quanto più dignitosamente possibile.

Per info:

http://www.ladolcefederica.it/index.php

https://www.facebook.com/ladolcefede/ 

Pubblicazioni:

 SuperAbile-INAIL – n°4/Aprile 2019 

Premi :

“La farmacia in uno scatto-2019” concorso nazionale indetto  dalla Fondazione Sebastiano Crimi : I posto

MIFA 2020 – Moscow foto awards : II posto – Silver/Editorial / Photo Essay

PX3 2020 – Prix de la photographie : III posto – Bronze in Press/Other

BIFA 2020 – Budapest foto awards : I posto – Gold /Science / Medicine e II posto assoluto in Science

PIL 2020 – Photo is ligh – San Paolo (Brasile) – III posto in reportage e III posto in people

Il cretto di Burri

Nel gennaio del 1968 un violento terremoto rase al suolo la città di Gibellina, nella Valle del Belice, in Sicilia. Molti tra i maggiori artisti italiani furono chiamati a realizzare le loro opere per abbellire la nuova Gibellina che sarebbe stata edificata. Uno di loro, Alberto Burri, volle lasciare il suo segno nel vecchio borgo distrutto.

Burri progettò un gigantesco monumento della morte che ripercorre le vie e vicoli della vecchia città: esso infatti sorge nello stesso luogo dove una volta vi erano le macerie, attualmente cementificate dall’opera stessa . Dall’alto l’opera appare come una serie di fratture di cemento sul terreno, il cui valore artistico risiede nel congelamento della memoria storica di un paese. Ogni fenditura è larga dai due ai tre metri, mentre i blocchi sono alti circa un metro e settanta e ha una superficie di circa 85000 metri quadrati, facendone una delle opere di land art più estese al mondo oltre all’indelebile ricordo di quel dramma terribile che fu il terremoto della Valle del Belice.

È un’opera da sentire, un monumento alla memoria di chi è morto, da visitare in silenzio. L’opera venne realizzata parzialmente e completata solo nel 2015

«Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci, dopo chilometri di desolata assenza umana, ad un cumulo di ruderi. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea.  Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento. »

(Alberto Burri, 1995).

 

palerm✱pride.2017

“Ciccio di Cefalù” , il calzolaio dei piloti.

Ciccio al secolo Francesco Liberto,classe 1936, è un personaggio noto in tutto il mondo per le sue celebri scarpe da corsa realizzate “su misura” e che  hanno trionfato ai piedi dei migliori piloti nelle competizioni automobilistiche più prestigiose. Impossibile stilare una lista completa dei piloti che hanno corso e vinto con le scarpe firmate “Ciccio”: da Niki Lauda a Clay Regazzoni, Carlos Reutemann, da Jacky Ickx a Mario Andretti. E poi Vic Elford, Tonie Hezermans, Ignazio Giunti, Nanni Galli, Geki Russo, Derek Bell, Gerard Larrousse, Henry Pescarolo, Helmuth Marko, Brian Redman, Renè Arnoux,Auturo Merzario, Sandro Munari e non ultimo il siciliano Nino Vaccarella e molti altri. I suoi primi clienti furono i piloti che giungevano in Sicilia per disputare la Targa Florio, negli anni in cui la corsa più antica del mondo faceva parte del Mondiale Marche, e che immancabilmente ripartivano da Cefalù solo dopo aver fatto tappa obbligata nella sua bottega. E persino quando la stella della Targa Florio tramonta definitivamente, alla fine degli anni ’70, sacrificata sull’altare della sicurezza, la maestria di Ciccio aprirà nuove e inaspettate frontiere, diventando per un certo periodo fornitore ufficiale della Scuderia Ferrari di Formula 1. E nel 1977 infatti Niki Lauda diventa campione del mondo indossando le scarpe del maestro siciliano.Negli anni ‘80 Regazzoni gli spedì da Tokio una semplice cartolina postale: “Mi serve un paio di scarpe bianche e rosse!” ; l’indirizzo era soltanto: “Ciccio, Cefalù – Italy” . Ancora oggi Ciccio è apprezzato in tutto il mondo per le sue scarpe da corsa e per la sua grande umanità che fa di lui un vero mito. Le sue creazioni sono esposte nei musei, da quello della Ferrari a Maranello a quello della Porsche a Stoccarda, a quello dei fratelli Rossetti, al museo Romans in Francia e al Deutsches Ledermuseum in Germania.Quella di Ciccio è senza dubbio una favola a lieto fine, come testimoniano i tanti premi e riconoscimenti ottenuti in questi anni come il premio “Eccellenze d’Italia” assegnato dal Gruppo Poligrafico e Zecca dello Stato in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e la commessa speciale per realizzare le calzature destinate al cast scelto da Ron Howard per portare sul grande schermo una delle storie più celebri di quegli anni: la storica rivalità fra Niki Lauda e James Hunt per la conquista del titolo iridato di F.1 del 1976. Nel film come nella realtà, la maggior parte dei protagonisti calzava scarpe firmate Ciccio.Oltre ai ricordi, a Ciccio resta la maestria del grande artigiano, le ordinazioni dei piloti e degli appassionati da tutto il mondo e la consapevolezza di avere ormai un posto sia nella storia delle calzature che in quella delle corse automobilistiche.

Se vi capita andate a trovarlo sono sicuro che Ciccio non vi deluderà !

http://www.ciccioshoes.it

http://siciliandreammovie.com/

La terra del sale

La riserva naturale orientata delle Saline di Trapani e Paceco è una riserva naturale regionale della Sicilia istituita nel 1995, che si estende per quasi 1000 ettari nel territorio dei comuni di Trapani e Paceco. La riserva, all’interno della quale si esercita l’antica attività di estrazione del sale, è una importante zona umida che offre riparo a numerose specie di uccelli migratori ; è gestita dal WWF Italia. La storia delle saline trapanesi è antichissima e si fa risalire probabilmente al popolo dei Fenici circa tremila anni  fa . Per buona parte del primo millennio a.C. questo antico e glorioso popolo di commercianti e navigatori deteneva il monopolio dell’ “oro bianco”.

L’acqua del mare, l’energia del vento ed il calore del sole sono gli elementi che, indirizzati dall’opera dell’uomo, producono il prezioso sale. Per la produzione è necessario un mare ad alta salinità,  la presenza quasi costante di vento e una scarsa piovosità. Il principio della lavorazione del sale è semplice: si convoglia gradatamente l’acqua di mare in diverse vasche di dimensioni e livelli differenti, provocando l’evaporazione e lasciando depositare il cloruro di sodio sul fondo, da dove poi viene raccolto e trasportato nell’argine principale detto “ariuni”. L’acqua di mare viene convogliata nelle grandi vasche, le prime  chiamate “fridde”, a ridosso della costa.  Da qui, attraverso canali e chiuse, l’acqua viene trasferita in vasche meno grandi e profonde delle “fridde”, chiamate vasche “d’acqua cruda o retrocalda”. Le vasche successive, per consentire una migliore evaporazione e concentrazione del cloruro di sodio, diminuiscono di ampiezza e profondità, ma aumentano di numero. La frammentazione dei bacini è importante per accelerare l’evaporazione dell’acqua provocata dal vento e dal sole. I canali muniti di chiuse trasferiscono l’acqua dalle vasche chiamate “messaggere o ruffiane” alle vasche denominate  “retrocalde”, favorendo, durante il trasferimento, una parziale evaporazione.L’ultimo gruppo di vasche  sono le “calde”, quadrate, accostate su due file, una in comunicazione con le “messaggere”, le altre con le “caselle”, dove termina la produzione del sale che, frantumato, si raccoglie e si trasporta  sull’argine principale detto “ariuni”.I cumuli di sale vengono poi ricoperti di tegole di terracotta, dai tenui colori della terra e del sole, per prevenire nella bassa stagione che l’acqua piovana diminuisca la quantità.

Ringrazio Massimo Daidone , la moglie Alberta D’Antoni dell’azienda SA.NI.MA. & C s.a.s. (che gestisce l’antica salina Galia e che  tra i suoi scopi principali,  il recupero e la salvaguardia della tradizione  e dell’arte  di raccogliere il sale, ma vuole anche rilanciare una delle più antiche e produttive  attività del nostro territorio.) ed i loro collaboratori per la totale disponibilità e  l’immensa ospitalità nei nostri confronti facendoci sentire “a casa nostra” !